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Violenza di genere attraverso il game-based learning: questo non è un gioco innocuo!


Trigger warning: violenza di genere



Gioco di assessment trasformato in un esercizio per parlare di violenza di genere attraverso il game-based learning

Anni fa mi sono imbattuta in un esercizio di assessment molto noto: la donna sul ponte. Si basa su una storia semplice, quasi banale, e viene usato per valutare come le persone attribuiscono colpe, responsabilità, intenzioni.


Leggendolo, ho pensato che, se adattato bene, poteva essere un buon mezzo per parlare di un tema assolutamente non banale: la violenza di genere.


Per questo, qui ve ne propongo una riscrittura:


Violenza di genere attraverso il game-based learning


La storia


Alex vive in una città divisa da un fiume e il suo compagno abita sull’altra sponda; una sera decide di raggiungerlo, ma quando arriva al ponte scopre che è crollato e che non esistono percorsi alternativi per attraversare. Dopo aver esitato a lungo, cerca un’altra soluzione e lungo la riva trova un traghettatore, al quale spiega la situazione chiedendogli di aiutarla; l’uomo, però, le fa capire senza troppi giri di parole che è disposto a portarla dall’altra parte solo a una condizione precisa, cioè che lei accetti di avere un rapporto sessuale con lui. Alex rifiuta immediatamente e si allontana, scossa e indecisa su cosa fare, così decide di contattare un amico per chiedere aiuto o almeno un consiglio; l’amico ascolta distrattamente il racconto e, invece di offrirle supporto o cercare una soluzione alternativa, le risponde con tono distaccato che non è un suo problema e che, se davvero vuole raggiungere il compagno, dovrebbe semplicemente accettare la proposta del traghettatore, minimizzando ciò che le viene chiesto e scaricando completamente su di lei la decisione. Rimasta sola e senza altre possibilità concrete, Alex torna dal traghettatore e accetta la condizione pur di attraversare il fiume; una volta arrivata dall’altra parte, raggiunge il compagno e, sopraffatta da quello che è successo, decide di raccontargli tutto con sincerità, ma lui reagisce accusandola di averlo tradito, sostenendo che si sia trattato di una scelta e non mostrando alcun interesse per ciò che lei ha vissuto, fino al punto di lasciarla. Confusa e ferita, Alex si allontana e più tardi si rivolge a un altro amico, raccontandogli l’intera vicenda; questa volta la reazione è opposta ma altrettanto poco utile, perché l’amico si indigna, si arrabbia e decide di intervenire andando a cercare il compagno per affrontarlo fisicamente, trasformando la situazione in uno scontro violento senza preoccuparsi davvero di ciò di cui Alex avrebbe bisogno.


Le regole del gioco


Il gioco è molto semplice, anche se molto scomodo, e prevede due azioni principali:


  1. Mettere in ordine i personaggi dal più al meno discutibile da un punto di vista morale:


  • Alex

  • Il compagno

  • Il traghettatore

  • Il primo amico

  • Il secondo amico


  1. Spiegare perché:


  • Quali criteri morali hai utilizzato per costruire la tua classifica

  • Quali comportamenti giudichi più problematici e perché

  • Come hai valutato le azioni rispetto alle non-azioni (cioè ciò che i personaggi fanno o scelgono di non fare)


Quello che succede (davvero) quando lo usi in aula


I punti di vista che possono emergere sono tanti:


👉Qualcuno mette Alex tra i primi. “Ha scelto.” “Poteva non farlo.” “Se sapeva le conseguenze…”


👉 Qualcuno minimizza il traghettatore. “Certo, è sbagliato, ma lei poteva dire di no.”


👉 Qualcuno si accanisce sul compagno. Qualcun altro lo giustifica. “Dal suo punto di vista è tradimento.”


👉 E poi ci sono gli amici: quello che “non si immischia ”e quello che “difende, ma male”.


Ma la verità è che la classifica non è la fine del gioco, ma il suo inizio: la vera sfida e quindi il vero fattore di apprendimento, inizia quando le persone iniziano a discutere sul perché delle loro decisioni!


Perché questo esercizio è potente (e pericoloso)


E a questo punto si capisce che il gioco sembra neutro, ma non lo è per niente!

Questa storia mette le persone davanti a qualcosa che conoscono benissimo, anche se non lo nominano: le dinamiche di potere, il consenso, la pressione sociale, la responsabilità collettiva.


E soprattutto, tira fuori una cosa che nelle aziende vedo ogni giorno: la tendenza a individualizzare tutto.


Se succede qualcosa, deve esserci qualcuno che ha “scelto male”.

Fine.


E invece... capire che questo è un gioco corale, aiuta a vedere la responsabilità come collettiva.


Questo esercizio è una bomba per lavorare sugli stereotipi, perché smaschera in tempo reale alcune narrazioni radicate che responsabilizzano le vittime e deresponsabilizzano il contesto.


Per fare degli esempi:

  • Una donna, in certe condizioni, “poteva fare diversamente” e che se accetta, allora è una scelta e quindi è unicamente responsabile

  • Chi esercita potere può essere letto come un'eccezione “opportunista”, e non come parte di un sistema che giustifica questo comportamento deresponsabilizzando chi lo perpetra

  • Gli uomini “non coinvolti” non abbiano alcun ruolo

  • La reazione violenta sia una forma accettabile di “protezione”


In altre parole, ordinare i personaggi è un modo per svelare modelli mentali su temi come:

  • consenso

  • responsabilità

  • potere

  • genere


Come usarlo davvero (se vuoi fare formazione seria)


Questa attività non serve a “vedere chi risponde giusto”, ma ha lo scopo di far emergere:

  • i criteri impliciti

  • i bias

  • le contraddizioni

Per poi lavorarci come collettività!


Se vuoi lavorare su questi temi in modo concreto (non con le solite slide sulla diversity), questo è il tipo di esercizi da cui partire!


Scomodi. Ambigui. Senza una risposta facile. Esattamente come la realtà.

 
 
 

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